L’immagine di Easy Rider in cui Dennis Hopper e Peter Fonda cavalcano i loro chopper attraversando gli Stati Uniti ha superato tutti i codici della comunicazione assurgendo ad icona (anche sonora) di un periodo, ma soprattutto di uno stato mentale che in qualche modo si indossa ancora oggi come una t-shirt attillata.
Qualcosa che ha infranto i confini spazio/temporali, un po’ come quella immagine stra-famosa del Che che ha perso ogni connotazione storico/politica e campeggia su t-shirt a basso prezzo, a testimoniare valori di libertà (per l’amor di Dio non voglio fare valutazioni politiche eh, qui parlo di comunicazione e basta).
Dennis se ne è andato, quasi irriconoscibile rispetto a quel baffone che recita un ruolo da comprimario in quello straordinario manifesto di ingenuo idealismo immaginifico che è Easy Rider.
Chi ha vissuto il 1969 (l’anno di Woodostock) con incerta ma piena consapevolezza sa che in quel periodo si credeva veramente che la cultura hippie avrebbe cambiato il mondo. E la musica ha recitato un ruolo fondamentale di sottofondo a quegli anni, marcando anche con canzoni indimenticabili quell’afflato di genuina libertà rappresentato dalla cultura di quegli anni.
Se gli Steppenwolf di “Born to be wild” o “The Pusher” non fossero stati nella colonna sonora di quel film non avrebbero rappresentato nulla di più di tante altre canzoni di quell’epoca.
Ma c’erano.
E c’era anche Jack Nicholson, così diverso dal maledetto protagonista di Shining o tanti altri film.
La differenza sta tutta nell’esserci stato o meno.
Tra l’aver concepito e diretto un manifesto indelebile di utopia ma allo stesso tempo di valori buoni per ogni generazione oppure no. Dennis l’ha fatto, inconsapevole creatore di icone che ci portiamo ancora con estrema eleganza addosso.
Ciao Dennis.
Grazie
Dennis Hopper (Dodge City, 17 maggio 1936 – Venice, 29 maggio 2010)
MAN IN BLACK
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